curriculum di vittorio

il punto di vista di un amico

le canzoni di vittorio gabassi non sono prodigiose. però sono oneste. voglio dire che nessuna di essere ti fa gridare al pezzo epocale,
alla boa di virata nella rada sonnacchiosa della musica leggera, il pezzo prima del quale  e dopo il quale la cosa non è tale e quale.

metti “in a sentimental mood” di duke ellington, “yesterday” di paul mc cartney che so… “like a rolling stone” di bob dylan…capito no?
né del resto hanno la pretesa di esserlo: anche per questo sono oneste; sono le canzoni che lui sa fare, non quelle che gli piacerebbe saper fare. e per di più gli piacciono.

vittorio ci consegna stasera un bel prodotto fatto a mano, forse appunto privo della scintilla profetica che innesca lo “spostamento senza ritorno” dell’arte, ma certo denso e testimone orgoglioso di un lungo, paziente sapiente “lavoro”.

senti che bella vecchia canzone italiana è canzone minore: quasi un obbligatorio da ballo eppure finemente speziato con un accordo sospensivo alla miles davis: dire che prima di portarla in pubblico vittorio andava chiedendo a tutti se mai la si fosse già ascoltata tanto gli sembrava (e tanto è) uno di quegli spartiti piovuti giù belleffatti o meglio ancora sentiti fischiettare dall’uscio di legno, vetro e tenda a catenelle di una bottega di barbiere.

dunque come giocattoli artigianali solidi e funzionanti.

come una cantata di trent’anni curiosa e fragrante di tutti gli odori acciuffati durante questo bel mestiere, questo bel percorso di maestro e di allievo, di accompagnatore e di solista, di intrattenitore o trapezista, questo stupendo incarico, beati noi di chitarristi.

sergio grifoni